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A tutto tondo

A tutto tondo
ottobre 21
13:44 2013

donne con la penna_2

di Sissa Melogli

«Ehi! Cosa stai facendo? Vattene. Capito? Ho detto di andartene!».
Tutto inutile: la Stecca Lunga mi si sta avvicinando con il suo bel puntalino blu polveroso. «Senti bellina, guarda che non siamo mica sul tappeto verde, hai capito?»
Ho sbagliato tutto. Chiudiamo il cerchio e ricominciamo con la gentilezza: «Scusi signora, non vorrei ferirla ma… Vede io non sono né di avorio né di celluloide… Poi, guardi: ci sono le stelle, non i neon verdi, l’aria è pulita e non fumosa. È sicura di essere al posto giusto?»
Tace, la spilungona. Sta zitta e mi guarda, proseguendo imperterrita il suo cammino di avvicinamento.
E io? No. Ora non posso più subire silenziosamente. Non riuscirò mai a far quadrare il mio bilancio, tanto vale parlare.
«Ascoltatemi tutti, per favore, sentite la mia storia adesso, dopo non potrò più raccontare niente.
Così è la vita: si accumula esperienza per poter credere che la prossima volta sarà meglio e soprattutto meno doloroso. Avrei voluto essere capace di elaborare le mie vicende per capirle,… Spero che ciò che ho vissuto possa essere utile a qualcun altro, cui potrebbero essere risparmiati i miei errori, ma è soltanto un’illusione perché nemmeno leggendo il futuro in una sfera di cristallo potremmo modificare gli eventi: nonostante i ritrovati e la tecnologia più moderna, poco possiamo distinguerci dai nostri progenitori scesi dagli alberi di caucciù in lontane terre inospitali… Ascoltate questa storia e poi sia quel che sia. Quando arriverà il mio amore, ditele che non potevo più restare, ditele che mi hanno mandato nella Grande Buca d’Angolo dove l’aspetterò sempre».
La cicala Gustav si predispose ad ascoltare con tutta la sua anima, utilizzando quelle antenne particolari che aveva sviluppato in anni e anni di studi e esperienza. Con una voce suadente e occhi neri acuti, la incoraggiò: «Provi ad immaginare di essere un lombrico: il suo lavoro è quello di mangiare terra per lavorarla e renderla fertile… Certo non sarà appetitosa, ma faccia finta che sia un’oliva e cerchi di ricavare dell’olio gustoso. Non si preoccupi di niente e racconti: amo molto le storie e la Sua mi sembra speciale!».
«Eccomi qua, in mezzo a tutto questo verde sanitario e autunnale, depressa, con la mia vita ormai alle spalle, molto lontana nel tempo ma vicinissima al cuore. Ogni volta che con la mente rivivo quegli attimi intensi ormai cancellati dalla storia, provo lo stesso senso di vertigine, come una pelota in uno sferisterio. Invece quando non penso a nulla, mi sento sgonfia e molle… Senza più alcuna voglia di giocare…
Tutto cominciò quando mi vennero a prendere in fabbrica con la limousine. Avevo un mantello di pelle bianca e velluto rosso sul quale risaltavano i miei pelini gialli fluorescenti. Il mondo intero attendeva me, Petite Deluxe ed io stessa ero ansiosa di incontrarlo.
Mi portarono al Grand Hotel et des Iles Borromees a Stresa.
Per me si era scomodato addirittura il Presidente della Federazione delle Federazioni Agonistiche… Ero tesa come una corda.
Sentii ciò che fu detto delle mie cugine ed i motivi per i quali non furono scelte. Questo da un lato mi rassicurò ponendo termine all’incertezza che mi stava divorando, dall’altro mi angustiava perché non credevo alle mie capacità. Quando mi presentarono sapevo già di aver vinto. Nel momento in cui venne fatto il mio nome, un fascio di luce mi illuminò e mi piovvero addosso foglietti argentati. Fui benedetta da migliaia di scatti di paparazzi, mentre i flash dei fotografi coprivano le parole dello speaker che stava snocciolando i dati della mia resistenza, velocità ed elasticità. I giornalisti mi osservavano scettici ed io percepivo la loro incredulità, fredda come la lama di un pugnale. Comunque in quel momento mi commossi e mi sentii come una novellina, dimenticando quasi che, tra le mie antenate, una bisavola aveva giocato con la regina al jeu de paume…
Avevo vinto e forse, sotto sotto, avevo presentito che ce l’avrei fatta. Ma, fingendo di non crederci, non avevo preparato nessun discorso di ringraziamento. Semplicemente arrossii, nessuno però se ne accorse perché tutti pensarono che fosse la luce dei faretti, studiati per sottolineare la solennità del momento, a far virare il mio colore dal giallo fluò al rosa shocking. Fu annunciato ufficialmente che avrei giocato al Roland Garros con le teste di serie mondiali. Sapevo che sarebbe stato difficilissimo ma ero determinata a onorare il mio impegno dando tutta me stessa.
Dopo un buffet luculliano, cui rinunciai per non gonfiarmi, il mio debutto finì e tornai in fabbrica prima del grande viaggio.
Fui chiusa in una specie di tubo, senza luce né spazio. Non vedevo nulla ed avevo un po’ di paura, che nascondevo dietro alla più forte angoscia di non essere presentabile, raccontandomi, e credendoci, che l’unico problema fosse il mio aspetto. Non riuscivo a capacitarmi di ciò che mi stava succedendo: nonostante gli onori di cui ero stata fatta oggetto, mi sentivo intrappolata senza una via d’uscita apparente. Però avevo anche momenti felici, in cui la curiosità e le aspettative per il futuro mi rendevano euforica. Non riesco a ricordare quanto durò quel periodo in cui la mia Weltanschauung veniva sballottata dall’umore tra i poli dell’ottimismo speranzoso e del pessimismo più tetro. Avevo il pallino della filosofia e cercavo di capire, facendo un sacco di domande, del tipo: “Dove stiamo andando? Perché siamo chiuse qui?” Non riuscivo a rispondermi. Ad un certo punto Gertrud, una collega, sbottò: «Senti, fammi un piacere: stai zitta. Tanto non serve a nulla. Nessuno di noi lo sa né lo vuole sapere». Con il suo tono sgarbato mi fece rotolar via dalle fantasticherie, ma credo che forse fu un modo per darmi un contegno. Allora però non lo capii e ci rimasi male. Comunque, date le premesse, quando riuscii a non pensare più a quelle dure parole, cominciai a credere fermamente di essere in viaggio verso la Ville Lumière. Mi sentivo come al termine di un percorso circolare: da lì era partita la nostra famiglia e lì saremmo ritornate, a casa nostra, alle nostre origini…
Mi tirarono fuori e mi aspettavo, naturalmente, un test attitudinale o un esame ma non ero pronta a quel ragazzo, che, convinto di esercitare un potere, mi palpò brutalmente. Era molto giovane ed aveva la tipica sicumera dei palloni gonfiati. Provai pena per lui che stupidamente si illudeva con quel lavoro di poter essere promosso dal rango di caporale a quello di uomo e lo dimenticai in fretta.
Poi fui spinta senza alcun riguardo insieme a decine di altre. Lentamente, mi resi conto con orrore che la nostra tonda terra non era il migliore dei mondi possibili, che ero stata considerata alla stregua di una cosa qualunque, senza alcun rispetto per la mia anima. Cominciai a piangere silenziosamente, ma Gertrud se ne accorse e nuovamente cercò di distogliermi dai miei guai personali: «Ascolta bene, Petite: prima ero sotto tutte voi e oltre al dolce peso tuo e delle altre ho dovuto tollerare le tue insulse domande, la tua ansia per l’aspetto che hai, che dovresti o vorresti avere. Ora siamo ammassate e schiacciate le une contro le altre e non voglio sopportare, oltre al fastidio di questo contatto intimo con estranee, anche le querule tue lagnanze. Dunque, ora sta’ zitta!», sbriciolando così, come gomma sintetica essiccata al sole, ogni empatia tra amiche o colleghe.
Ma ancora una volta, forse, l’atteggiamento di Gertrud fu quello giusto per me. Il tono rude e le parole aspre in qualche modo mi svegliarono. Dentro me cominciò a ribollire la consapevolezza di non essere una pincopalla qualunque, sia pur indecisa sull’atteggiamento migliore da tenere. Mi aiutò in quella circostanza un malinteso senso della buona educazione. Non volli replicare allo sgarbo: sentivo gravare sulle mie spalle il peso del rango della mia famiglia più che quello della mia umiliazione. Una rispostaccia avrebbe certamente squalificato me e i miei familiari. E pensai a come si sarebbero comportati i miei parenti più o meno illustri. Mi feci guidare dal dovere dimostrare di essere all’altezza del mio lignaggio. Non si appartiene a stirpi nobili per caso! Ritengo di non aver agito male. Fu un modo per dare un colpo al cerchio e uno alla botte e così migliorò il mio umore personale e quello di tutte noi. Non dico che cominciammo a cantare, ma nella mia mente si fece strada la melodia di un canone che con la sua ripetitività circolare mi calmò e mi tranquillizzò.
A chi potevo pensare per ispirarmi e trovare le forze? Mio zio Orange e sua figlia Bianca, no. Loro non capiscono niente, me lo diceva sempre la mamma: sempre a cercare di infilarsi da qualche parte, come se fosse l’unico modo di vivere. Che sia un cesto appeso o il green di una buca, il loro scopo è entrare da qualche parte. Tutto il resto non gli interessa. Però riescono bene nel loro lavoro e raggiungono sempre il loro obbiettivo.
Pensai a mio cugino Ruby, che vola sugli Stati Uniti raccogliendo onori e applausi. Lui tace e sorride qualunque cosa accada. Non è proprio uguale a noi, lui… Viene poco toccato dai problemi terreni, yarde e yarde lontano dal suo modo di vedere…La sua carriera iniziò con il lancio del Presidente! E da allora non si è più fermato…
Poi mi venne in mente anche quella parente povera, la pecora bianca e nera che non manca in nessuna famiglia veramente nobile, di cui così spesso si narrano sottovoce le “prodezze”, nonostante sia rigorosamente vietato pronunciare il suo nome. Cicciottella ma leggiadra, il suo atteggiamento sembra scatenare negli altri l’impellente desiderio di prenderla a calci; però lei in qualunque circostanza è sempre capace di sfogare ogni sua emozione, anche in modo violento, riuscendo così ad essere veramente libera! Al mio posto lei certo non sarebbe stata zitta!
In ogni caso, quella volta fu più comodo per me rotolare in silenzio lontano dall’offesa, giustificando la mia vigliaccheria con le origini aristocratiche, riuscendo però a guardare avanti dritto, cosa non da poco per la nostra specie.
Qualche giorno dopo venni chiamata a giocare. Ero spaventata, tanto per cambiare, ma riuscii a mascherare talmente bene il mio terrore, che alla fine credetti io stessa di essere perfettamente padrona della situazione. Invece ero proprio nel pallone!
Mi resi conto di non essere a Parigi al Roland Garros, ma al Torneo del Campanaccio al Tennis Club Bèe, paesino in cui l’unica attrattiva era quel misero campo da tennis, frequentato solamente in agosto e settembre. Ora so che a Bèe e nei dintorni, secondo il Gangchen Lama, vi sono delle vibrazioni positive che influiscono sull’anima creando misteriose sinergie terapeutiche… Me lo ha raccontato Narcisa, che qui spunta per prima, due primavere or sono. Sembra che viviamo in una sorta di luogo magico, in cui possono succedere cose strabilianti! Ora, a bocce ferme, posso dire che a me accaddero, ma non so se possono definirsi meravigliose. Sono molto stanca e forse non è il caso di sforzarsi per aguzzare l’ingegno, è meglio proseguire il racconto.
Certamente lì mancava quel lusso al quale mi sentivo predestinata e l’ambiente rural-vacanziero era fin troppo ben rappresentato dal trofeo appoggiato sul bancone della piccola club-house: un collare di cuoio con una campana da vacche e una bottiglia di spumante!
L’unico vantaggio era il campo di terra rossa. Detesto l’erba, che macchia e non va più via… Cominciai a fare il mio lavoro con tanta buona volontà, ma con quei dilettanti l’unico sentire passava attraverso il dolore. Continuavo a pensare che fosse giusto così, che me lo meritavo, che invece di andare fuori sarebbe stato meglio contenersi in un campo ben noto, in cui non si correvano rischi… Avrei voluto volare al rovescio, per tornare a quel giorno in cui ero stata preziosa per il mondo! E divenni furiosa. Cominciai a fare salti pazzi, a cambiare improvvisamente, a inciampare… Forse volevo vendicarmi di essere stata così presa in giro dalla vita.
E poi… Mi innamorai…Anzi, ci innamorammo… Fu un colpo di fulmine reciproco, di quelli che non tutti hanno la fortuna – o la disgrazia – di sperimentare nella vita… Eravamo consapevoli che in qualche vita precedente, in qualche calderone io e lei ci eravamo già conosciute, già amate follemente…
Sapete come succede, quando non è importante se sei maschio o femmina, quando sai di poter riempire la vita di qualcuno che ti può contenere, quando sei cosciente di essere fatta della stessa materia dell’altro?
Vicky Nike era bellissima, aveva la pelle bianca, pura, liscia… Ma, ahimè, non era libera. Aveva un legame dal quale non riusciva a sciogliersi. Avrebbe voluto lasciare il suo signore-padrone già da tempo, che la rendeva infelice e la trattava con i piedi, facendola correre senza mai un attimo di tregua e obbligandola sempre a sorreggerlo. Vicky sapeva che dopo averla tutta consumata lui l’avrebbe buttata come una scarpa vecchia… Qualcosa di certo sbagliai perché non riuscii ad aiutarla a slacciare il nodo che la teneva legata a lui, il quale cercava di allontanarmi con violenza ogni volta che mi vedeva… Le restai vicino più che potei. Il suo uomo divenne furibondo, ma non mollai perché volevo darle coraggio, rassicurarla e soprattutto volevo starle vicino. Vicky però aveva paura per me e mi implorava di andarmene, di salvarmi almeno io… Ed io tentai con qualunque mezzo di portarla via, mi feci anche calpestare, sperando di rompere l’equilibrio di quella prepotenza che voleva mantenere lo status quo e ci impediva di vivere appieno il nostro sentimento. Fu tutto inutile.
Il punteggio della partita fu 6-0; 6-0. Al termine, l’avversario del mio rivale stappò la bottiglia di spumante e si mise al collo il premio, festeggiando allegramente la facile vittoria. Il perdente mi si avvicinò, mi raccolse da sotto la rete, mi scrutò attentamente e con un sorriso beffardo mi spedì in questo prato, di fianco al campo da tennis, a bagnarmi di rugiada di notte e di pipì di cane di giorno, dove aspettavo di riunirmi a Vicky, prima che arrivasse lei, quella terrificante Stecca Lunga».
Si è avvicinata tanto mentre parlavo, si sta sdraiando adesso.
«Vicky, vieni presto: non voglio andare via senza di te… Una sola cosa volevo dalla vita e ora so che non l’avrò mai… Ma non voglio più piangere, chè di lacrime ne ho proprio piene le… tasche!»
Petite tacque, mentre la Stecca Lunga rinculava prima del colpo.
Gustav per farle coraggio tentò di scuoterla. Gli faceva male vederla molliccia, spelacchiata, inerte e con un’improvvisa virata al “tu” la apostrofò «Sai una cosa, Petite? La tua storia è un po’ pallosa e non capisco dove vuoi andare a parare: è la mediocre vicenda di una qualunque palla da tennis. La realtà è che si fanno punti e si subiscono… Alcune volè riescono ed altre finiscono contro la rete ma non sei mai tu che dirigi il gioco… In ogni caso, che si tratti di racchette in leghe superleggere o in legno, di professionisti o dilettanti, il tennis è solo dolore e sofferenza! E dopo arriva sempre la Stecca Lunga».
Si scostò per evitarla e gridò un ultimo disperato avvertimento: «Quanto al futuro della tua relazione con Vicky, non illuderti: non verrà mai su questo prato perché oggi giorno si riciclano anche le scarpe usate!».
Sperava che lei si salvasse, che trovasse la forza di ruzzolar via, ma si era sbagliato: la Stecca Lunga aprì in Petite l’ultima profonda crepa.

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