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Alla ricerca dell’atmosfera perduta

Alla ricerca dell’atmosfera perduta
ottobre 21
13:34 2013

donne con la penna_2

di Sissa Melogli

Il cielo di primavera non era troppo azzurro ma per Lina era il primo lungo pomeriggio da 40 giorni e 40 notti. Era stata scarcerata da S. Vittore, condannata per aver voluto seppellire i 3 figli, penzolanti dall’albero della piazza come manichini, uccisi perché non c’era più tempo per le famiglie. La donna, in calzette di seta con la riga nera e scarpe da tennis, prima di uscire aveva fatto uno shampoo e ora aveva freddo per la testa bagnata; avrebbe voluto scaldarsi con una canzone intelligente, ma sapeva che l’avrebbero considerata matta, una che parla o gioca a biliardo da sola. Vide un manifesto in cui si annunciava un concerto d’organo a Baggio e decise diparteciparvi per gustare la sua nuova libertà. Per strada, ammirò i colori dei graffiti, fatti di parole arcane come un grammelot liberty, che decoravano le palazzine e notò nell’unico depresso parchetto della zona, alcuni zingari felici montare le giostrine. Dappertutto buche nuove: apparivano all’improvviso sotto ai piedi di chi vi inciampava perché il giorno prima non c’erano. Arrivò alla fermata; da sotto la palina nuova spiccavano rigogliose le ortiche. Passavano mezzi in tutte le altre direzioni, tranne la sua, e Lina pensò che in città fosse grave la crisi, perché nessun controllore era attaccato a fischiare quando il tram curvava: tutti licenziati.

Sentì un saluto. Faticò a ricordare il volto davanti a lei, ma riconobbe la voce: “Silvano! Come stai? So che hai fatto carriera in politica!” “Sì, ma è finita. Però da domani ricomincio a lavorare! Sarò il guardiano allo zoo comunale, se vuoi ti faccio entrare gratis”. “No”, rispose Lina, “Io non vengo!” “Tutto OK?” chiese l’uomo. Lina pianse “Ho perso tutto, anche la voglia di ridere. Vedi questo?” disse indicando a Silvano la vetrata della pensilina, sulla quale spiccava in nero un: “Mi scopo mio marito. Confessione di Eveline”. Ricordi quel tipo che abitava alla stazione ferroviaria di Via Gluck e gridava “Ti uccidono con l’onda!”? Era ossessionato dalle onde TV e sui marciapiedi scriveva messaggi in vernice bianca. Lui comunicava, avvisava, anche se non potè prevedere i telefonini. E ora che non ci sono più bambini, sul tetto della scuola di cui i miei erano ormai gli unici utenti sarà installata un’antenna per cellulari! Dovrei stare sempre allegra?” Silvano la consolò: “Scrivitutto, è normale che ti senta così.” Lina spiegò ancora “Sai, non ho avuto una vitafausta e gaia, da quando a 13 anni ho cominciato a lavorare a Porta Romana, bellazona allora, prima che fosse tagliata fuori dal metrò”. “Ah sì, ricordo. Lavoravi in un Cibi Cotti e puzzavi di tortelli e frittata” “Già, il mio capo, Armando, completamentecalvo, fece una brutta fine e l’attività venne rilevata dai suoi fratelli.”

Una fiumana di gente stanca intasava la pensilina, strabordando sulla carreggiata. Il filobus tardava. Silvano stracciò il biglietto per il Derby: quella volta a S. Siro si sarebbero spente le luci senza lui. Lina aveva perso il concerto. Non attesero la scintilla al pantografo che brillando da lontano li avrebbe separati, portandoli alle loro mete. Furono guidati dall’asterisco sul display della palina in un albergo a ore, senza bar. Li accolse nell’edificio bianco una comare con sulle spalle un gufo, che,sbattendo le ali, suggerì quale stanza dare ai nuovi clienti: la n° 3. Silvano e Lina fecero un po’ di conversazione, “prima”, tanto per parlare. “Dopo” ciascuno pagò metà dell’ora e tornò a casa sua. Non si salutarono. Forse non l’avrebbero mai saputo ma pure questo era amore.

 

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