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Noi: sani, diversamente abili

Noi: sani, diversamente abili
ottobre 14
12:28 2013

 

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di Marco Mastrilli

Siamo tutti, in un modo o nell’altro, prigionieri di un corpo.
Magari bello, utile agli scopi e alla socialità. Oppure meno bello e che si percepisce  come una presenza estranea, goffa e di cui imbarazzarsi.

Un naso adunco, qualche kilo di troppo, le gambe un po’ storte, le orecchie a sventola, le “tette” poco sviluppate o troppo soggette alla forza di gravità. Tutti difetti che generano in alcuni frustrazione, rabbia e insicurezza, al punto da spingere agli estremi rimedi del chirurgo o a diete stringenti in cui ci si nutre prevalentemente di verdura e gallette di riso.

Ed ecco che tutto l’essere sembra dipendere dalla correzione di quel difetto, come se rimuovendolo si potesse andare all’arrembaggio della vita senza più ostacoli.

Poi c’è qualcuno che magari, per colpa di un cromosoma sbagliato, vive dentro un corpo che davvero non gli appartiene. Un corpo che non gli corrisponde perché non può governarlo, non può dominarlo, non può curarlo o cambiarlo con un bisturi o un’alimentazione controllata e un personal trainer.

Qualcuno che è immerso nella vita come se fosse avvolto da centinaia di molle tese, senza potersi muovere a meno di compiere uno sforzo immane e senza poter sperare di diventare una farfalla, anche se dento lo è. Perché forse per essere una farfalla le ali bisogna averle nell’anima e negli occhi e non solo portarle disegnate con un tatuaggio su una pelle abbronzata e liscia.

E che dire di coloro che mettono un sorriso d’amore poggiato sulla sofferenza? Penso a quelle persone che assistono chi è offeso dalla natura e che lo accudiscono in una casa o in una scuola. Che poggiano una mano sulla schiena di un genitore, quella schiena presa a frustate da una malattia e da tutte le volte che qualcuno si è voltato dall’altra parte per non vedere, con indifferenza arrogante. Genitori che vivono la disgrazia di un figlio come fosse qualcosa cui rassegnarsi, quasi con vergogna e che vedono talmente lontani i loro diritti da pensare che siano dei privilegi.

Famiglie abbondonate. Messe in secca dal mare di una solidarietà che si ritira quando si tratta di condividere sentimenti come il dolore, la paura, la disperazione.

Ma in che mondo viviamo? Gente che annega in mezzo al mare per scappare dalla guerra e dalla tortura. Gente che soffre da sola, abbandonata dalle istituzioni, dentro una scuola, dentro una casa.

Tagli, tagli, tagli: alla fine tutto si risolve a questo? Ma i tagli sono amputazioni, ferite. Spesso impossibili da cicatrizzare.

Forse un giorno capiremo TUTTI che il bello delle FARFALLE è nel loro colore e non nella loro capacità di volare e che un diritto tolto a una bambino malato è un oltraggio all’umanità, un’offesa alla decenza, una vergogna per noi cosiddetti “Sani, ma in realtà così “diversa-mente abili”.

Loro, con quegli sguardi da bambini indifesi, continuano a guardarci sperando nella nostra “guarigione” dalla peggiore delle malattie: l’indifferenza.

A questi piccoli e a tutti coloro che gli vivono intorno dedico questi versi di Rabindranath Tagore, poeta indiano e premi Nobel:

“La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti
per questo il suo breve tempo le basta”

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