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ROMA, LAMA DAL TIBET PER DIFENDERE PACE E DIRITTI UMANI

ROMA, LAMA DAL TIBET PER DIFENDERE PACE E DIRITTI UMANI
marzo 18
12:30 2014

Continuano le violenze dei comunisti cinesi sulla popolazione tibetana. Intanto 120 monaci si sono dati fuoco, mentre il governo di Pechino si candida per il Consiglio per i Diritti umani della Nazioni Unite.

Marco Mastrilli

di Marco Mastrilli

L’invasione e l’occupazione del Tibet ad opera della Cina nel 1950 costituì un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale che fu il primo passo verso una sistematica distruzione di una cultura millenaria, per sostituirla con il pensiero unico della dottrina comunista. A parlarne con noi un gruppo di monaci Buddhisti che stanno portando nel nostro paese un messaggio di pace per sensibilizzare sulla causa tibetana attraverso performance rituali e la costruzione di un Mandala di sabbia, sino al 23 Marzo pressos il centro commerciale Euroma2.

Già all’inizio degli anni ’60 le Nazioni Unite approvarono risoluzioni in favore del Tibet, esprimendo una chiara e ferma preoccupazione sulla palese violazione dei diritti umani a opera degli occupanti Cinesi e chiedendo, attraverso questi atti, “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”.

Seguirono poi risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali che stigmatizzavano le condizioni di disumanità dovute a alla politica liberticida cinese, sia in Tibet che all’interno della stessa Cina ed esortavano il governo di quest’ultima al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche.

Nonostante gli accorati appelli della comunità internazionale ancora oggi il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato. Ma non solo: migliaia di tibetani sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza processo e le condizioni carcerarie sono disumane. Le donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto. Infine i tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso cosicché monaci e monache buddhisti sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito comunista.

Il popolo tibetano non ha mai imbracciato le armi per via della propria indole non violenta, ma anche a seguito di precise indicazioni del Dalai Lama, autorità politico-religiosa in esilio a Lhasa in India, che per impedire questo massacro in termini di vite umane e culturali ha sempre invocato l’aiuto internazionale, evitando così una sanguinosa resistenza armata. Per questo atteggiamento non violento il Dalai Lama Tenzin Gyatso venne insignito nel 1989 del Premio Nobel per la pace.

Il rimedio scelto per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su questo insulto ai diritti umani è divenuto, purtroppo, quello delle auto immolazioni. Ammonta presumibilmente a 120 il numero complessivo dei tibetani, quasi sempre monaci e monache, che dal 2009 si sono dati fuoco adottando questo tipo di protesta estrema nella speranza di un’attenzione che non è mai stata utile e risolutiva per la loro causa. Purtroppo la gran parte di loro sono morti a seguito delle gravissime ustioni riportate.

Oggi i tibetani che si rifiutano di esporre la bandiera cinese sulle loro case rischiano di essere picchiati o uccisi, un’antica religione viene calpestata, i giornalisti censurati e arresti vengono effettuati all’alba nelle case per fiaccare la resistenza passiva di questo paese.  Intanto la Repubblica Popola Cinese di candida per entrare a far parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, scatenando reazioni come quelle che si possono leggere nel sito web Chinese Human Rights Defenders in cui si afferma che gli abusi dei diritti umani fuori e dentro alla Cina dovrebbero togliere al regime comunista cinese la possibilità di qualsiasi candidatura alla comunità internazionale per i diritti umani.

“Permettere alla Cina di diventare un membro del Consiglio per i Diritti umani della Nazioni Unite – afferma Rebiya Kadeer, leader dei musulmani uiguri –  significa permettere a un lupo di prendersi cura del gregge”.

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