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Il contratto “ungherese”

Il contratto “ungherese”
gennaio 17
00:14 2014

Il mio lavoro di logistica, per una importante casa automobilistica, mi porta continuamente a rapportarmi con gli autotrasportatori.

Tra una sigaretta e un bicchierino, di cui sono sempre fornite le cabine dei loro mezzi, mi raccontano spesso storie sul loro lavoro ed i sacrifici che devono affrontare ogni giorno.

E’ proprio grazie a Piero (nome di fantasia) che sono venuto a conoscenza di uno degli ultimi ricatti a cui molti di loro devono sottostare per continuare a lavorare.

Si chiama contratto “ungherese”.

Li chiamano ormai tutti cosi. Anche se questi contratti ormai possono essere stipulati in diversi paesi dell’Est.

Mi racconta Piero.

“Un giorno mi chiama il capo in ufficio e mi consegna la lettera di licenziamento. Ma come, reagisco io, il lavoro c’è, sono due settimane che non vado a casa, non si era mai parlato di questa eventualità…..Lui mi ferma con un eloquente gesto della mano e mi dice che l’ha dovuto fare per forza. Le spese per i nostri stipendi più il peso delle tasse e dei versamenti Inps sono diventati insostenibili.
La concorrenza delle agenzie di trasporto dei paesi dell’Est si sta mangiando tutto il mercato. Loro possono fare prezzi più competitivi, non hanno la pressione fiscale e tutti i privilegi che abbiamo noi in Italia. Ovviamente le mie proteste si spostano verso il lato umano. Gli ricordo che ho due figlie che vanno a scuola ed un mutuo da pagare. Lui mi guarda fisso e mi dice che ci potrebbe essere una scappatoia. Mi sento rinvenire, spiego che sono pronto a tutto.
Bene fa lui, quanto guadagni al mese?, 1500 euro?, io ti prometto che continuerai a guadagnare ancora i tuoi 1500 euro. Solo che ti licenzio dalla vecchia agenzia che ho qui in Italia e ti riassumo nell’agenzia che ho aperto in Ungheria. Non ti preoccupare è solo una questione fiscale, devi solo sottostare ai contratti di quel paese.

Già, povero Piero, è solo una questine fiscale.
Oggi Piero continua a guadagnare 1500 euro ma ha perso la “cassa mutua”, la tredicesima, i versamenti e tanti altri diritti che i contratti di quei paesi non prevedono.

Ad oggi Piero sono cinque settimane che non ritorna a casa, ci andrà fra un paio di giorni. Si ritiene ancora fortunato, alcuni suoi colleghi ci vanno ogni tre mesi.

Alzo il bicchierino col porto che mi ha offerto e brindo alla sua salute.

“Ci vuole pazienza!”.

Intanto passano decine di tir sullo sfondo dell’autostrada per Fiumicino, guidati da chissà quanti altri “Piero”.

Cin cin

A. N.

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