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Il maniero incantato. Un racconto di Miss Augusta

Il maniero incantato. Un racconto di Miss Augusta
novembre 04
12:21 2013

 

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di Miss Augusta

Il più impressionante di tutti, il più alto, con l’elmo più grosso e il cavallo meno macilento era Wiligelmo. Il vecchio cavaliere portava le redini con la destra e con la sinistra reggeva una lunga lancia con tante piume di falco che ricordavano i suoi avversari sconfitti. Le briglie del cavallo, invece, erano decorate con penne di pollo, per rammentargli le volte in cui aveva corso il rischio di essere sconfitto, avendo sottovalutato il nemico o la situazione.

Dietro di lui, su un ansimante ronzino, Agone, lo scudiero più caro che lo avesse mai servito, e infine, Elfuccio, un bambino cencioso che da tempo si era volontariamente accodato a loro e che li seguiva a piedi, senza mai protestare.

I tre avevano marciato tutto il giorno sotto il sole cocente, ma anche quel dì era trascorso e non avevano trovato alcuna indicazione che potesse portarli al castello che da anni stavano cercando. Ad ogni passo, il cavaliere sentiva le ossa del suo cavallo tremare e quelle della sua schiena scricchiolare.

Decisero di fermarsi solo quando udirono un acuto ma tranquillizzante starnazzare di oche e anatre selvatiche che giocavano allegramente sulla superficie di un laghetto, a ridosso di un bosco. Lì avrebbero trovato tutto ciò che a loro serviva: acqua, erba fresca e cibo.

Arrivati alla sponda del lago, con un muro fitto di alberi secolari alle spalle, il cavaliere scese da cavallo o, per meglio dire, rovinò al suolo con un gran fracasso di pentolame rovesciato.

Subito, spontanea, scoppiò la risata cristallina di Elfuccio.

Ma Agone non rise. Diede un’occhiataccia al bambino e corse ad aiutare il cavaliere a togliersi di dosso la scalcinata armatura. Facendolo appoggiare a sé, quasi fosse un bastone, lo portò alla riva del laghetto, gli rinfrescò il volto e le membra scarne, sciacquandogli la pelle secca, piena di piaghe e cicatrici e facendogli degli impacchi con erbe curative. Gli sciolse i lunghi capelli bianchi e cominciò delicatamente a pettinarli, snodandoli.

Nel frattempo Elfuccio preparò i giacigli e raccolse la legna per il fuoco, poi si allontanò in cerca di una rada adatta per pescare. Il cavaliere cominciò a sentirsi meglio, i profumi intensi del bosco lo tonificarono quasi quanto i massaggi e gli impacchi di Agone. I suoni che li circondavano furono le loro parole, mentre in cielo possenti nuvoloni si coloravano di oro e rosso.

Quando Elfuccio tornò con pesci e frutti di bosco maturi, cenarono silenziosi alla luce scoppiettante del bivacco, ognuno di loro immerso nei propri pensieri.

Fu Wiligelmo a rompere il silenzio con la sua voce roca:

«C’è qualcosa di strano qui…»

Lo scudiero lo guardò stupito, corrugando la fronte, ma tacque.

Elfuccio replicò insolente:

«Stai diventando vecchio e ti preoccupi per niente… è un boschetto come un altro!»

Il cavaliere divenne rosso dalla rabbia e gli sbraitò addosso:

«Non dirlo, non dirlo mai più, hai capito? Davvero non vedi niente d’insolito qui? Quante tracce di accampamenti o bivacchi abbiamo visto, arrivando in questo luogo? Neanche una. Possibile che nel bosco ci siamo soltanto noi? Guardati intorno e dimmi se riesci a ritrovare il sentiero da cui siamo arrivati!»

Elfuccio, non abituato all’ira di Wiligelmo, deglutì sgomento e quando un gufo fece sentire il suo verso, un brivido gli corse lungo la schiena. Pipistrelli cominciarono a riempire l’aria notturna e solo allora egli si accorse di quanta verità vi fosse nelle osservazioni del cavaliere. Purtroppo non ricordava più da che parte fossero arrivati. Dall’erba rigogliosa erano sparite le tracce del loro passaggio, quasi fossero arrivati lì volando. Per scacciare la paura, con l’intento di sfuggire alle sensazioni sgradevoli che il luogo gli comunicava, si nascose sotto le coperte e, una volta addormentato, si perse nell’inconscio dei sogni.

“Nel bosco, accanto a un fuoco, Elfuccio vide Agone estrarre dalla borsa un rotolo di pergamena e poi fare il gesto di consegnarlo al cavaliere.

«No, ti prego, stasera non ne ho voglia! – gridò Wiligelmo allo scudiero – Sono anni, lustri che tutte le sere guardo la mappa e gli indizi; l’ho guardata con la luce e al buio, diritta e riflessa, in controluce o appoggiata su un tavolo. La conosco a memoria, non ne posso più… Non c’è nessun castello da trovare… l’ho capito troppo tardi ed ho sprecato la mia vita in questa ricerca infruttuosa… Sono vecchio, è ora che io metta sulle briglie una nuova penna di pollo per ricordare questo fallimento…»

Agone rimase lì, muto e insistente, la pergamena sulle sue mani, offerta come un vassoio di frutti canditi, finché il cavaliere si decise a prenderla. La srotolò, l’appoggiò a terra fermandone gli angoli con delle pietre e soffiò con tutto il suo fiato come per scacciare degli insetti che sembravano scombinare i segni e trasformare i confini delle terre. Ma erano solo le luci e le ombre proiettate dalle fiamme del falò. Guardò la mappa, dapprima distrattamente, più ripetendo dentro di sé ciò che sapeva esserci che osservandola veramente, poi notò qualcosa di mai visto prima:

«Guarda, guarda qua! – gridò allo scudiero – Dimmi che sono sveglio e che non sto sognando! Dammi un pizzicotto o un pugno o un calcio, fammi sanguinare!»

Agone si sporse e vide che sulla mappa erano disegnati un falò nella radura, un bosco con un laghetto dove un bambino pescava e, dietro pochi alberi, nascosto dall’in­trico dei rami, un castello con la sua torre, i merli, le bandiere sventolanti, il ponte levatoio abbassato su un fossato dall’acqua cristallina dove un gruppo di cigni faceva la ronda nuotando maestosamente.

«È qui, siamo arrivati! – disse, mettendosi in ginocchio – Allora il castello esiste… Non mi sbagliavo, e ora tutto ha un senso!»

Il cavaliere osservò il cielo e studiò le stelle. Si alzò in piedi e, collegando mentalmente un punto della volta celeste alla cima essiccata di un albero, esclamò:

«Eccolo, il castello è lì dietro, a pochi passi da qui. Domani mattina, finalmente, il nostro viaggio terminerà!»

Detto ciò, Wiligelmo si sdraiò e, felice, cadde in un sonno profondo. Agone ripiegò la mappa e dopo aver coperto il suo cavaliere, gli si addormentò a fianco. Durante la notte Wiligelmo fu preso da febbri altissime e iniziò a tremare vistosamente.

Lo scudiero si svegliò e gli diede da bere, lo coprì con tutte le sue vesti, gli fece spugnature fredde, gli preparò tisane, lo lavò quando il cavaliere si orinò addosso, gli resse la fronte quando era sconvolto dai conati di vomito, e ascoltò i suoi deliri:

«Non è possibile… Non è possibile… Non può essere… E invece sì, arrenditi! È proprio così. Cerchi e fai, fai e cerchi… ed è tutto così assurdo…»

Vaneggiamenti che scoppiavano in risate folli per poi trasformarsi in singhiozzi disperati:

«Non può essere… A cosa è dunque servita tutta la mia vita? Che senso hanno avuto i miei sforzi? Non è giusto…»

Verso l’alba l’aria nel bosco parve fermarsi un istante e i pipistrelli si ritirarono prima che la luce bianca annunciasse il nuovo giorno. Lo scudiero, pallido e con gli occhi affaticati dalla nottata, svegliò Elfuccio e gli indicò il giaciglio del cavaliere:

«Sorveglialo con cura, mentre io vado a prendere un bagno nel lago.»

Quando il bambino gli si avvicinò, il cavaliere afferrò la sua mano e pronunciò delle parole arcane; la sua voce non più roca ma calma e chiara raccontò una storia, che lui ascoltò in silenzio, senza comprendere nulla. Poi gli porse la mappa di pergamena arrotolata. Con un ultimo cenno del capo, indicando la cima mezza bruciata di un albero, disse:

«Redana premse tivaan. Premse, premse… Loos iscò is varto lì secatoll… E es onn ol cherci onn veroteria moneme tsouqe socob e tsouqe olag gociam. Nova aras tsaot li out erpsiro.»[1]

Detto questo, chiuse gli occhi e spirò.

Elfuccio, anche se impietrito dal dolore, con il solo uso delle mani scavò una fossa e seppellì il cavaliere sotto l’albero dalla cima bruciata, con i piedi verso la riva. Sopra alla terra mise l’elmo, la lancia e tenne per sé lo scudo.

«Cosa voleva da me? – si chiese più tardi, Elfuccio – Mi ha lasciato questa mappa, mi ha indicato una direzione, ma dove stava mai andando quando l’ho incontrato? Che lingua parlava? Non ho capito niente.»

Cominciò a srotolare la pergamena. Al centro era disegnato un castello, con eleganti modanature alle finestre, una torre e dei gradini che portavano al piano nobile; in ogni pertugio fiori colorati e, all’interno, lo sfavillio di centinaia di candele; intorno, un fossato e dovunque un’indefinibile luce d’oro che si rifletteva nelle vetrate, nell’acqua e nel cielo.

«Dunque, era qui che era diretto.» disse a se stesso.

Quando Agone tornò e vide la tomba, si gettò straziato su di essa e, scoppiato in un pianto irrefrenabile, col suo corpo protesse la terra da poco rimossa come a voler scaldare il cavaliere sepolto sotto di sé.”

Fu proprio quel pianto disperato che riempiva il suo sogno, unitamente al freddo della mattina, a svegliarlo dal sonno della notte. Elfuccio si guardò intorno, il bosco era ancora silenzioso, il fuoco era spento, Agone e la tomba di Wiligelmo erano svaniti senza lasciare un segno nel terreno. L’albero sotto cui aveva sepolto il cavaliere era tutto verde e non si distingueva in nulla dagli altri. Ma allora aveva sognato tutto quanto? Agone e il cavaliere non erano mai esistiti? Eppure sul prato pascolavano due cavalli e, accanto al falò, c’erano uno scudo e la mappa.

Elfuccio non sapeva più cosa pensare, mai si era trovato a vivere in una situazione così incredibile dove sogno e realtà si contendevano la sua mente. All’improvviso sentì del calpestio provenire dal bosco, passi cadenzati accompagnati da un richiamo:

«Attenzione, prego! Attenzione, prego! Scostatevi, prego!»

Dagli alberi sbucò un ragazzo che roteava davanti a sé un bastone lunghissimo e bianco. I cavalli nitrirono impauriti da quell’arrivo rumoroso. Il giovane cieco, percepita la presenza di un essere umano, si piantò davanti a lui e inginocchiatosi lo implorò:

«Nobile cavaliere, fa’ di me il tuo scudiero!»

«Tu sei orbo, – disse questi stupito – come puoi essere adatto a un simile compito?»

Replicò quello, sicuro di sé:

«Non puoi andare in cerca del castello senza uno scudiero – e aggiunse, mostrandogli un foglio bianco – Guarda, ho trascritto nel mio alfabeto le ultime parole del cavaliere… Un giorno potremmo riuscire a decifrarle… e saranno queste a darti un indizio su dove si trova il castello.»

Elfuccio si pizzicò una guancia per capire se stava ancora dormendo o se era desto. Come poteva quel ragazzo cieco conoscere i suoi sogni?

«Non so che dire… – farfugliò tra sé e sé – Mi trovo ad aver seguito per giorni un cavaliere sconosciuto, che è morto senza dirmi dove stava andando, che mi lascia due cavalli e una mappa e ora un cieco mi chiede di accompagnarmi… per arrivare non so nemmeno io dove… quando qui c’è un bosco sicuro che mi dà legna e rifugio, dove c’è acqua per la mia sete e un prato morbido dove dormire…»

Il ragazzo orbo taceva, aspettando che il suo interlocutore gli comunicasse una decisione. Quando il sole fu alto nel cielo e il bosco ebbe ripreso la sua vita, Elfuccio finalmente parlò:

«Va bene, vieni con me. Partiremo domattina all’alba. Ora vado a pescare qualcosa per pranzo. – e, per mettere alla prova le capacità del ragazzo, ordinò – Raccogli qualche frutto, ma prima riaccendi il fuoco che si è spento.»

Il novello scudiero accolse quelle richieste senza protestare, dicendo semplicemente:

«Il mio nome è Moretto, mio cavaliere, ed eseguirò i tuoi voleri. Ti mostrerò che con gli occhi dell’anima posso agire esattamente come quelli che hanno occhi validi.»

Ciò detto, raccolse dei rami e facilmente accese il fuoco, poi sparì nel bosco dal quale tornò nello stesso momento in cui Elfuccio metteva a cuocere i due pesci appena pescati.

Oltre a questi mangiarono funghi e frutti dolcissimi e coloratissimi. Insieme strigliarono i cavalli, fecero un bel bagno, girarono intorno al laghetto a piedi, trovando magnifici fiori carnosi e ascoltando trilli e cori di uccelli, grilli e rospi. Respirarono gli stessi odori intensi e, quando tornarono all’accampamento, si addormentarono vicini. Elfuccio, quella notte, sognò ancora il vecchio Wiligelmo mentre ripeteva:

«la secatoll… iav la secatoll… Olos donuaq ol vroterai … rapoti mirdore…»[2]

Il giorno dopo quando si svegliò, era più stanco della sera prima. Stava quasi per dire a Moretto:

«Non ci corre dietro nessuno, restiamo ancora un po’ qua…»

Ma lo scudiero cieco aveva già bardato i cavalli e non se la sentì di modificare quanto aveva deciso il giorno precedente. Con un sospiro di rassegnazione, alzando gli occhi al cielo, montò quindi a cavallo e diede il segnale della partenza.

Moretto gli sorrise, intonò una canzone allegra e il novello cavaliere dimenticò subito la sua spossatezza. Abbandonata la radura incantata, si addentrarono nel fitto del bosco e, ritti in groppa alle loro modeste cavalcature, si misero alla ricerca del castello.

Per vent’anni il cavaliere e lo scudiero cieco attraversarono pianure, montagne, città, ma del castello non trovarono tracce, finché una sera, Elfuccio, depresso per il suo girovagare infruttuoso, disse a Moretto:

«Basta, inutile proseguire ancora. Fermiamoci qui.»

Il luogo era tranquillo e si prestava bene a una sosta prolungata. Un fiume scorreva lento a lato della carreggiata e un bosco rigoglioso era nelle vicinanze. Legarono i cavalli a un albero dopo averli strigliati e liberati da tutti i pesi: selle, gualdrappe e finimenti, borracce, borse e spade. Fecero un bagno che ritemprò i loro corpi stanchi. Moretto, carponi, cercò legna per accendere un fuoco, raccolse delle erbe aromatiche per una tisana e andò per il bosco in cerca di cibarie. Tornò con la bisaccia colma di funghi e castagne, Elfuccio, invece, aveva pescato due grossi salmoni. Dopo che ebbero cenato, lo scudiero, senza che nessuno glielo avesse comandato, prese, come ogni sera, la mappa e l’aprì.

Il cavaliere la guardò appena e disse:

«È al contrario. Girala, se vuoi che la guardi! – e, con un pizzico di cattiveria, aggiunse – Non ti funzionano più gli occhi dell’anima?»

Lo scudiero lasciò la pergamena esattamente come l’aveva messa, limitandosi a muovere le mani in su e in giù, come se stessero cadendo: da anni Elfuccio gli faceva lo stesso scherzo.

All’improvviso Moretto fiutò l’aria e allertò il cavaliere:

«C’è qualcuno qui vicino!»

Elfuccio, con un balzo repentino, dietro un cespuglio, scovò un bimbetto gracile che, per nulla intimorito, gli fece segno di avere fame. Il bambino, rifocillato con gli avanzi della cena, subito dopo si addormentò, felice e beato, accanto al fuoco.

E prese a sognare.

“Il cavaliere lo coprì col suo mantello e, all’improvviso, si ricordò di quando, lui stesso da ragazzino, in una radura incantata aveva ascoltato impaurito il verso di un gufo. Riguardò la mappa e rimase a bocca aperta. C’era disegnato un fiume, un fuoco, due cavalli, un cavaliere, uno scudiero e un bimbo addormentato… e lì, esattamente dietro alle spalle del bambino, c’era un castello, con le sue modanature fini e fiori colorati alle finestre, una torre e la scala che portava al piano nobile e lo sfavillio di centinaia e centinaia di candele; intorno, un fossato e, dappertutto, quella calda luce d’oro che si rifletteva nell’acqua e nel cielo.

«È il mio castello, ci sono arrivato, finalmente! È qua vicino e domani ci entrerò! E io che non ci credevo più…»

Moretto gli chiese:

«Meoc is af a nno dercere iup e a sepriarre?»[3]

Elfuccio non riuscì a trovare una risposta adeguata a quella domanda. Sapeva solo che adesso era in grado di comprendere il linguaggio misterioso e che la mappa non gli sarebbe più servita.

Il suo agognato castello esisteva e il vederlo disegnato sulla pergamena non poteva avvicinarlo alla meta più dei suoi passi veloci nella giusta direzione. Dopo aver nascosto la pergamena dentro un albero cavo, Moretto e Elfuccio, felici e contenti, scomparvero nel bosco.”

Il fuoco, non più attizzato, si spense e il bimbetto, di prima mattina, ebbe tanto freddo che si svegliò.

 

Giorgio, disteso nel suo letto, aprì gli occhi e vide sua madre che, dopo avergli rimboccato le coperte, gli stava cambiando la flebo al braccio. Sul comodino, tra flaconi, fiale e pastiglie, una pila di libri in bilico: Il Barone Rampante, Ivanhoe, Il Visconte Dimezzato, I Nibelunghi, Il Cavaliere Inesistente, Il Sacro Graal, Il Barone di Münchhausen, I Cavalieri della Tavola Rotonda…

Il ragazzino chiese all’improvviso a sua madre:

«A te piacerebbe vivere in un castello?»

Lei si fermò un attimo sovrappensiero, poi rispose:

«Mah, sai… Ci sarebbe troppo da fare… Un castello… Ma che idee ti vengono? Sei strano, figliolo, non ti capisco… Non saranno mica tutte le storie che leggi a montarti la testa? Guarda un po’ di cartoni animati in TV, adesso.»

«Sì, mamma» le sussurrò in un soffio Giorgio sorridendo dentro di sé «Però adesso io so dov’è la mappa…».

 



[1] Andare sempre avanti. Sempre, sempre. Solo così si trova il castello… e se non lo cerchi non troverai nemmeno questo bosco e questo lago magico. Vano sarà stato il tuo respiro.

[2] Al castello… vai al castello… solo quando lo troverai potrai dormire…

[3] Come si fa a non credere più e a respirare?

 

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